
Barca Saint Colette, foto d’epoca.
In questo mondo curioso, è per me bellissimo, tanto fare i soliti giri, quanto perlustrare gli sconosciuti dossi e avvallamenti che onde, sempre diverse, spingono sotto la chiglia. E questo non ha niente a che vedere con quale barca io mi stia facendo largo. Così come credo che ci siano tanti motivi per cui valga la pena morire, credo che ve ne siano altrettanti per cui valga la pena vivere: una splendida esecuzione del Jubilate Deo di Purcell, le lezioni di Arte di Peppino, una foto di Henry Cartier Bressons; una notte passata in Via di Pré, senza sicurezza di sopravvivenza, le voci di Filippo Bellissima, quelle di Giovanna D’Arco; gli scarponi di mio Padre sul pianerottolo, la Teoria della Stabilità di Lyapunov, il canto a Cuncordu (Tenore), le ciabatte blu di mia Madre dietro la porta; Chi mi frena di Donizetti, Fuori Orario, il Notturno numero 19 in Mi min, Aus Tiefer Not e le note di Piovani, di Einaudi, di Allevi, delle fronde, del vento forte… e del silenzio, quando cessa.
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Manhattan, Woody Allen
Approfittando di non essere fragilissimi di cuore
andiamo all’altro mondo bighellonando un poco
perché forzando il passo succede che si muore
per delle idee che non han più corso il giorno dopo.
Ora se c‘è una cosa amara, desolante
è quella di capire all’ultimo momento
che l’idea giusta era un’altra, un altro movimento
moriamo per delle idee, va bè, ma di morte lenta
ma di morte lenta. — Georges Brassens, trad. Fabrizio De André