
El carnaval de l’Arlequi, Oil on canvas 1924-25, (Joan Mirò)
Non amo, la musica, per una specifica ragione.
Sento spesso dire che aiuti a ritrovare qualcosa come se illuminasse angoli bui della nostra persona recuperando da luoghi dimenticati scene, persone o cose che credevamo scomparse.
E se non ne avessi perse o, peggio, non avessi desiderio di ritrovarle?
Non è questo che a me importa.
Di certo quando la melodia di una canzone, un pezzo, raggiunge la sensibilità non troppo educata delle mie orecchie non è di ritrovo la sensazione che provo.
Tutt’altro.
Sento invece un leggero scricchiolìo del mio me.
Sento sgretolarsi e ruotare qualcosa che si annienta come se le note mi facessero scivolare in un tuttuno molto grande e poco comprensibile.
A quel punto non esisto.
O meglio, esisto; ma solo come interlocutore musicale, come se l’unico motivo della mia esistenza, portato all’estremo, non fosse altro che l’ascolto di quella favola sonora.
Terminata quella, il processo inverso mi ricompone e prendo semi-coscienza di quella carovana curiosa a cui mi sono unito.
Una fila indiana di rumori, sensazioni, frescure e profumi che non ho mai sentito e dunque non posso dire di aver ritrovato.
Seppure nuovi, non mi meravigliano. Non li conosco però.
Di indiscutibile c’è un vago senso di solitudine. In queste brevi escursioni non ho mai incontrato nessuno.
Che ciò abbia un significato segreto che non comprendo?
Per sua natura la musica non può spiegare niente: né delle emozioni, né dei punti di vista, né dei sentimenti, né dei fenomeni della natura. Essa non spiega che se stessa. — Igor Strawinskij