
Cartello simbolo dell’emarginazione (Sudafrica)
L’assenza di continuità, che talvolta abbandona in uno stato di solitudine semi-appagata l’ultimo inserimento di questa modesta ribalta, è ormai caratteristica riconosciuta.
Spesso, il motivo vero che accompagna questo comportamento è il senso di inadeguatezza che provo nel proporre una pubblicazione (anche solo in apparenza) asettica mentre fuori da queste pagine altre parole riportano notizie pregne di fisicità e pesantezza.
È come se la paura di essere inopportuno mi bloccasse.
D’altro canto cosa potrei trovare di pertinente nell’affiancare qualsiasi parola alle disfatte umanitarie che ogni giorno stiamo vivendo?
Cosa può o potrà mai sostituire la notizia che in Sudafrica, dove per decenni la perentoria affermazione del privilegio bianco ha diviso milioni di persone, un rigurgito di Apartheid fomenta le fiamme sui corpi vivi, sui volti dei poverissimi.
I poveri bruciano gli ancora più poveri.
Li uccidono, sì, ma cancellandoli prima con un fuoco che riporta alla memoria trascorsi non troppo lontani.
Cosa, quindi, affiancare alla tragedia di un continente, di popoli, di uomini in fuga da se stessi?
Cosa — mi chiedo — che non strida fortemente con l’esodo per fame, guerra, discriminazione.
E allora… taccio; sospendo l’illusione che poche righe di un libro, un racconto o una poesia possano ancora una volta salvare il mondo;
e non solo il mio.
*Nelson Mandela (Sud Africa, caccia agli immigrati, di LaRepubblica.it)
Oh, Sera: scendi presto, oh Mondo nuovo: arriva […] Cancella il ghigno solito di questa, ormai corrosa, mia stanca civiltà che si trascina. — Francesco Guccini, Canzone delle situazioni differenti