Quanti Rosso Malpelo a Monongah?

5 dicembre 2007, ∞ Retweet http://unquadernoarighe.it/32

Monongah Bambini
Lavoratori bambini, Miniera di Monongah (West Virginia) inizi del ’900.

Cento anni fa, il 7 Dicembre del 1907, in una cittadina del West Virginia, Monongah, sprofondava su un numero mai accertato di persone (diverse centinaia) il tetto polveroso di una miniera di carbone e ardesia (LaRepubblica.it).
Il crollo, causato dal grisou (un gas che saturava le gallerie dove la gente lavorava, respirava, viveva) innescato da una scintilla, non ha mai visto responsabili riconosciuti oltre alla miseria che spinse quelle persone a una vita così dura.
Dopo gli scavi, molti corpi irriconoscibili non trovarono nome e riposano ancora oggi sotto la ripida collina nei pressi della miniera.
Tra le centinaia di morti, almeno centosettantuno erano Italiani emigrati nelle Americhe in cerca di fortuna tra la fine dell’ottocento e gli inizi del novecento.
Il 20 Novembre scorso si è celebrata (in Italia) la Giornata Mondiale dell’Infanzia in occasione del 18° compleanno della Convenzione sui diritti dell’infanzia.
È giusto non dimenticare di ricordare il passato, ancor più urgente saper di conoscere il presente.
Moltissimi lavoratori a Monongah non avevano una salario fisso.
Erano a dire il vero una categoria un po’ atipica di minatori; guadagnavano sulla base di quanto carbone riuscivano a portar sù dalle profonde interiora della miniera.
Erano bambini.

Lui non volle più allontanarsi da quella galleria, e sterrava con accanimento, quasi ogni corbello di rena lo levasse di sul petto a suo padre. Spesso, mentre scavava, si fermava bruscamente, colla zappa in aria, il viso torvo e gli occhi stralunati, e sembrava che stesse ad ascoltare qualche cosa che il suo diavolo gli susurrasse nelle orecchie, dall’altra parte della montagna di rena caduta. […]
Malpelo se li lisciava sulle gambe, quei calzoni di fustagno quasi nuovi, gli pareva che fossero dolci e lisci come le mani del babbo, che solevano accarezzargli i capelli, quantunque fossero così ruvide e callose. Le scarpe poi, le teneva appese a un chiodo, sul saccone, quasi fossero state le pantofole del papa, e la domenica se le pigliava in mano, le lustrava e se le provava; poi le metteva per terra, l’una accanto all’altra, e stava a guardarle, coi gomiti sui ginocchi, e il mento nelle palme, per delle ore intere, rimuginando chi sa quali idee in quel cervellaccio. — Giovanni Verga, Rosso Malpelo