
Volo con Ombrello, autore a me ignoto.
Se potessi imparare a volare, mi piacerebbe farlo non come un jet supersonico o un super-eroe.
Piuttosto come una mongolfiera.
Quello che farei sarebbe decollare con dolcezza. Mi muoverei, per la verità, con lentezza quasi maniacale nel tentativo di godere di tutto il panorama.
Questo sì, sarebbe interessante.
Mi è capitato, come a molti credo, di trovare nel riposo della notte un ottimo alleato nel soddisfare i miei desideri dedalo-icarici.
Più d’una volta il risveglio ha bruscamente deluso un sogno così romantico eppure tanto scontato.
Ciò che, nel sogno di cui scrivo, mai è stato scontato è l’oggetto che si è sempre fatto carico di rendere possibile quel volo: un parapioggia.
Ho trovato, per il frutto di un semplice caso, un disegno curioso che riporto; e con esso la risposta ad una domanda:
quanti avranno mai sognato di volare appesi per le bretelle al manico ricurvo di un ombrello?
Almeno un altro oltre a me.
Maggior paura non credo che fosse / quando Fetonte abbandonò li freni, / per che ’l ciel, come pare ancor, si cosse; / né quando Icaro misero le reni / sentì spennar per la scaldata cera, / gridando il padre a lui “Mala via tieni!”, / che fu la mia, quando vidi ch’i’ era / ne l’aere d’ogne parte, e vidi spenta / ogne veduta fuor che de la fera. / Ella sen va notando lenta lenta: / rota e discende, ma non me n’accorgo / se non che al viso e di sotto mi venta. — Dante Alighieri, Inferno XVII